Dalle vittorie sui kart fino al sogno americano. Loris Spinelli: "Non ho mai smesso di credere in me stesso"

Pubblicato il 29 marzo 2026 alle ore 19:50

A cura di Maia Conti e Lorenzo Curotto

Immaginate di essere un bambino cresciuto in mezzo ai motori e di avere un padre che fa il pilota. Qualcuno potrebbe pensare a un destino già scritto. In parte potrebbe essere vero, ma spesso la vita ci pone davanti degli ostacoli che ci mettono a dura prova e che solo chi lotta davvero riesce a scavalcare.

Sfide che Loris Spinelli è riuscito a vincere. Nato ad Atri, in Abruzzo, Loris muove i suoi primi passi nel motorsport in sella a una moto in un circuito poco distante da casa. Dopo poco, però, decide di seguire le orme del padre e si avvicina così al mondo delle quattro ruote. Nonostante la sua terra abbia cresciuto altri piloti di alto livello, le piste per allenarsi non sono molte e, già all'età di 6 o 7 anni, Loris deve iniziare a fare grossi sacrifici e macinare chilometri per continuare a coltivare il suo sogno.

I risultati sui kart arrivano , ma oltre al cronometro l'ormai ragazzino abruzzese si ritrova a dover combattere con un altro nemico spietato: il budget. Anche questa volta, però, Loris non molla e dimostra di meritare di più.

Oggi, a bordo della sua Lamborghini, Loris guarda al passato con la consapevolezza di chi, pur faticando e dovendo superare mille avversità, è riuscito a conquistarsi il titolo di pilota ufficiale della casa di Sant'Agata Bolognese. Di seguito ecco la nostra intervista integrale.

    Sei cresciuto in Abruzzo. Com’era l'ambiente dei kartodromi locali all'epoca e quanto è stato difficile farsi notare partendo da una realtà fuori dai grandi poli motoristici del Nord?
    "Anche se l’Abruzzo ha cresciuto piloti importanti come Liuzzi, Trulli e Caldarelli, ci sono pochi circuiti. Abbiamo un circuito che utilizzo tutt’ora, perché è molto stretto, quindi ottimo per allenarsi. Le gare più importanti però si disputavano al Nord o al Sud, quindi, significava passare molto tempo fuori casa, saltare scuola, stare lontano dagli amici e dalla famiglia. Era impegnativo. Già a 6 o 7 anni facevo tantissimi chilometri. Però era la passione a spingerti a fare tutto questo".

    Quando hai realizzato per la prima volta: "Ok, sono abbastanza veloce da farne un mestiere"?
    "Rispetto a quando sei solo un ragazzino che inizia, Più vai avanti, più la famiglia tende a supportarti. Più vinci, più ti senti forte, anche salendo di categoria. Non sai mai davvero quando sei “affermato”, però alla fine sono i risultati a parlare".

    Per te com'è stato l'impatto con le dimensioni, il peso e il cambio di stile di guida tra un kart e una vettura GT?
    "Oggi molti ragazzi passano dal kart alla monoposto veramente ad una giovane età, già a 12 o 13 anni. Io non ho avuto questa possibilità: non avendo il budget, ho continuato con il kart fino ai 17 anni. Ero più maturo, quindi l’approccio è stato importante ma consapevole. Il passaggio dal kart alla macchina cambia tutto: peso, dimensioni, velocità, stile di guida. Poi però sono bastati pochi giri. È una realtà nuova, ti piace, e sai che devi adattarti e imparare il più possibile".

    Il periodo con il team di Marco Antonelli è stato fondamentale. Che tipo di scuola è stata per te e quanto ha contato avere una figura come la sua per la tua maturazione tecnica?
    "Incontrare Marco nel 2015, nel delicato passaggio alle auto, è stata la mia vera fortuna. Lavorare con lui fino al 2020 mi ha fatto bruciare le tappe. Marco è un leader che non si tira indietro: se serve, si sporca le mani e salda una macchina alle due di notte. È stato fondamentale soprattutto perché ha sempre creduto in me, trovando soluzioni per farmi correre anche quando il mio budget scarseggiava. Tra noi c'era un'ottima sinergia: io portavo velocità e attiravo clienti, lui mi arricchiva tantissimo sia a livello tecnico che nello stile di guida".

    Come è avvenuto il primo contatto con Lamborghini? Ricordi la telefonata o l’incontro che ha cambiato la tua carriera?
    "Nel 2015, ero con Marco Antonelli per due giornate di test: il primo giorno con Porsche, il secondo con Lamborghini. Con la Porsche andai bene, ma a livello di sensazioni non mi sono divertito così tanto. Il giorno dopo, appena salito sulla Lamborghini, ho capito subito che era più adatta al mio stile di guida.  Da lì ho iniziato con il Super Trofeo e sono entrato nel mondo Lamborghini. Credevo molto nello Young Driver Program, che supporta i piloti ed è ancora attivo.  All’inizio il supporto era più limitato e si era comunque sempre alla ricerca del budget. Quando il programma è diventato più strutturato, tra il 2018 e il 2019, ho iniziato ad avere un rapporto più diretto con la casa: ero “supported by”, ma non ancora factory full time".

    Hai vinto praticamente tutto quello che c’era da vincere nel Lamborghini Super Trofeo, tra titoli europei e mondiali. C’è una vittoria in particolare, che consideri il vero "capolavoro" della tua carriera?
    "La Petit Le Mans è stata una gara pazzesca. Eravamo decimi quando ho preso la macchina per gli ultimi tre stint, e avevamo già tre drive-through. Se mi avessi chiesto se saremmo riusciti a entrare almeno in top 5, avrei detto di no. Poi in gara può succedere di tutto: abbiamo azzeccato la strategia e abbiamo vinto. È stata una delle gare più incredibili della mia carriera considerando anche Lamborghini non aveva mai vinto prima. E poi è arrivata la chiamata per il 2024. Nel Super Trofeo ci sono stati anni intensissimi: correvo con due team diversi, uno in Europa e uno in America, e poi ci ritrovavamo tutti alle World Finals. Era qualcosa di pazzesco".

    Hai un circuito preferito? Quale e perché?
    "Mi adatto un po’ a tutti i circuiti, quindi mi piacciono quasi tutti. Se dovessi sceglierne uno in Italia direi il Mugello. Poi Spa è incredibile, ci sono tantissime piste bellissime. Ma il flow che mi dà il Mugello quando entro in pista è davvero unico".

    Dalle vittorie nel Super Trofeo al ruolo di pilota ufficiale Lamborghini. Qual è stato l'ostacolo più grande che hai dovuto superare per ottenere quel contratto?
    "Il mio più grande ostacolo è stato non trovarmi spesso sulla macchina giusta al momento giusto, soprattutto per questioni di budget. Puoi dimostrare di essere il più veloce, ma se non porti il risultato nel momento decisivo, diventa tutto più difficile".

    Il trasferimento e le corse negli Stati Uniti sono state una svolta radicale. Oltre alla pista, come hai vissuto il cambiamento di vita, lontano dalla tua terra madre, famiglia e amici?
    "Il trasferimento negli USA è stata una dura prova, anche perché sono sempre stato molto legato alla mia realtà di Pescara. Nel 2018, durante la mia prima esperienza negli States, correvo nel campionato americano e vivevo con il mio compagno di squadra. Tuttavia, non ho trovato quel feeling che mi spingesse a rimanere negli USA. Così sono tornato in Italia, ma nel 2021 ho deciso di rimettermi in gioco e tornare in questa realtà".

    Quando sei sulla griglia di partenza di una classica come la 24 Ore di Daytona, con gli occhi del mondo addosso e la responsabilità di un sedile ufficiale, cosa succede nella tua testa? Come riesci a trasformare la tensione in pura performance?

    "I weekend di gara li vivo con grande tranquillità: sento poca pressione e, in pista, mi piace anche “stuzzicare” gli avversari. Un episodio che ricordo in particolare è stata la mia prima Daytona, con tutti gli stand, il pubblico e quell’atmosfera incredibile".

    Negli ultimi anni ti abbiamo visto brillare in IMSA. il modo di correre nei circuiti americani ti ha insegnato qualcos’altro rispetto ai circuiti europei?
    "I circuiti americani mi hanno insegnato molto, soprattutto per quanto riguarda la passione delle persone per il motorsport: la gente si accampa e vive completamente il weekend di gara. A livello di guidabilità, le piste hanno meno grip e i muri sono più vicini. I circuiti europei, però, ti insegnano tutto: in Europa il livello di equilibrio e preparazione è già molto alto. Le gare americane, invece, sono forse leggermente più rischiose".

    Se potessimo togliere la tuta e il casco, chi è Loris Spinelli nella vita di tutti i giorni? Qual è la tua "scappatoia" preferita per ricaricare le pile quando non sei nel paddock?
    "Fuori dalla pista, la mia priorità è la famiglia: cerco di vivere il più possibile ogni momento con loro. Al di fuori di questo, mi piace molto il simracing. Essendo anche coach, però, sono praticamente sempre in pista, soprattutto ora che mio figlio ha iniziato con il motocross".

    Se guardi il ragazzo che correva sui kart in Abruzzo e guardi il pilota ufficiale di oggi, qual è la caratteristica che è rimasta identica e non è mai cambiata e quanto ti ritieni cambiato invece?
    "Non ho mai dubitato della mia velocità. All’inizio vedevo il mio obiettivo molto lontano, soprattutto per una questione economica. Con il passare del tempo e dei risultati, i team hanno iniziato a interessarsi a me e quel traguardo ha iniziato a sembrare davvero raggiungibile. Ho sempre creduto nel mio sogno seppur essendo una persona realistica, non smettendo mai di credere nelle mie potenzialità fino a diventare factory driver".

    La tua storia è un esempio di costanza. Qual è il prossimo "muro" che vuoi abbattere o il traguardo che sogni di tagliare per primo nel 2026?
    "Da quando ho firmato con Lamborghini, sono soddisfatto, anche se dentro di me mi aspetto sempre qualcosa in più per il futuro. A livello di velocità credo di poter lottare con qualsiasi pilota. Il futuro nel motorsport è imprevedibile: come ho detto prima, devi avere la macchina giusta al momento giusto".

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